Steven Erikson è per me un mito. Ho passato diversi anni a leggere e rileggere la sua mastodontica opera sull'Impero Malazan, dovendo ricominciare dall'inizio ogni volta che usciva un nuovo volume, e infine, quando dopo diverse vicissitudini, fallimenti e rifondazioni di Case Editrici, l'intera opera è stata disponibile in italiano, in uno sforzo di lettura durato diversi mesi sono riuscito ad arrivare alla parola FINE. Poi, dopo altri mesi di pensamenti e scrittura e riscrittura, ho scritto anche una recensione piuttosto corposa de Il Libro Malazan dei Caduti.
Erikson ha anche scritto delle storie parallele, sulla coppia Bauchelain & Korbal Broach, di cui ho solo iniziato la lettura, e sta scrivendo una trilogia prequel: The Kharkanas Trilogy, arrivata al secondo volume. Ma la saturazione che ho raggiunto leggendo i dieci voluminosi capitoli de Il Libro Malazan dei Caduti non è ancora stata superata, per cui mi sono preso una (lunga) pausa di riflessione prima di ricominciare a leggere storie di quel mondo affascinante ma davvero complesso.
Ho però poi scoperto che Erikson, grande appassionato di Star Trek, ha scritto anche una specie di parodia di quella saga, di cui io ho visto solo una buona parte dei film ma non ho mai letto un romanzo. E quindi ho deciso di leggerlo, come parentesi tra letture più impegnative, per vedere come il buon Steven se la cavasse con la fantascienza e le sue regole di verosimiglianza.
Il romanzo si presenta sicuramente come una parodia di Star Trek, e anche abbastanza spinta, scritta con un tono gogliardico che ha la sua espressione maggiore nella caratterizzazione dei personaggi, dai principali, che sono delle vere e proprie maschere in una rappresentazione teatrale fortemente ironica, a quelli secondari che sono semplicemente esagerati nelle loro caratteristiche sempre estremizzate. Il protagonista indiscusso è il Capitano Hadrian Sawback, egocentrico e sbruffone, che non si capisce come abbia potuto ottenere il comando di una potentissima astronave di esplorazione, il cui equipaggio è stato da lui stesso scelto in base a criteri personali, in cui l'avvenenza per la parte femminile è sicuramente predominante. Per più di tre quarti il romanzo presenta situazioni paradossali, spesso oltre il limite dell'assurdo, affrontate con assoluta indifferenza da parte di tutti, ma da cui il Capitano Sawback esce sempre vittorioso, dimostrando una competenza e una cultura dell'universo che tengono testa alla sua indiscussa buona sorte e del tutto ingiustificate da quel pochissimo che si sa di lui.
Sono stato tentato diverse volte di abbandonare la lettura, ma ogni volta qualcosa mi ha spinto a continuare, probabilmente il rispetto che porto per l'autore, e alla fine qualcosa è decisamente cambiato, un tema nuovo, apparentemente più serio, si è inserito in una narrazione che è rimasta scanzonata ma che ha preso qualche sostanza. Non voglio fare spoiler per cui mi fermo qui, ma alla fine il Capitano Sawback si carica di un compito che rimane da spaccone, ma che sembra voler affrontare un argomento socialmente importante, e si capisce anche che potrebbe magari avere successo.
È difficile riconoscere se Erikson avesse programmato sin dall'inizio questa evoluzione della storia o se abbia cambiato idea durante la scrittura passando da una parodia fine a se stessa a una storia che, almeno apparentemente, ha ora uno scopo, rimane il fatto che nel mio giudizio si è aggiunta una stelletta che lo ha fatto passare da "pessimo" a "così così".
Non so quando riuscirò a leggere il seguito, Wrath of Betty, che è già stato pubblicato, ma posso dire che ora mi è venuta davvero voglia di leggerlo, sperando che lo spunto che ho colto sia davvero il segno di uno sviluppo positivo.
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